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Doping: la prevenzione resta in panchina

a cura di Andrea Ferella

Con questo articolo (che esce sulla rivista TempoSport di settembre) riprendo una collaborazione con lo Csain, e soprattutto con un gruppo di persone e professionisti che stimo e con cui ho lavorato volentieri anni fa. Ho sempre pensato che l’andare in bicicletta non sia solo un gesto fisico, ma anche mentale. Ecco perché riflettere ed approfondire temi “collaterali” va nella direzione della consapevolezza e del benessere psicofisico. Buona lettura.

C’è un settore dell’informazione medica che fa fatica a prendere il decollo. Ciò non riguarda solo l’Italia, sia chiaro. Mi riferisco alle campagne di informazione, sensibilizzazione e soprattutto di prevenzione del fenomeno ormai arcinoto del doping nello sport amatoriale.
Anni fa lo Csain commissionò un progetto in tal senso che culminò con una pubblicazione che ebbe un discreto successo (due edizioni), dal titolo: “In sella senza doping. Per un ciclismo sano a tutela della nostra salute” (Editore Corponove Bergamo).
Al di là delle difficoltà per arrivare a far comprendere esattamente la portata del progetto, rivolto ai dirigenti locali, che si sarebbero poi dovuti impegnare ad organizzare nel loro territorio e con i propri iscritti delle giornate di approfondimento , l’impressione che ne trassi fu una sorta di mancanza di consapevolezza, non tanto della gravità del fenomeno (tuttora preoccupante), quanto piuttosto dei tempi che ci vogliono affinché un processo di comunicazione mirata, risulti efficace.
A volte si pensa che finito il compito assegnato, ci possiamo sentire soddisfatti a prescindere, in una sorta di “ il nostro dovere lo abbiamo fatto” senza però andare a verificare se si è riusciti in qualche maniera ad ottenere un cambiamento.
Misurare l’efficacia di una campagna di sensibilizzazione e prevenzione di un problema non è così semplice ed immediato.
A maggior ragione, la cosa si complica ulteriormente, quando ci si occupa di doping cioè dell’uso di sostanze farmacologicamente attive su soggetti non malati, ma sani (gli sportivi), il cui uso è fatto per migliorare la loro performance.
Così in Italia, di fatto, ha prevalso come unica risposta al fenomeno, quella dei controlli e della repressione. Naturalmente ciò va bene, ma è utile ricordare che tale strategia non è e non può essere l’unica ad essere attuata.
Uno Stato che ha nella propria costituzione la tutela della salute dei propri cittadini, dovrebbe farsi carico oltre che delle cure primarie, anche della promozione della salute e della prevenzione delle malattie. Oggi poi, abbiamo a che fare con una società che risente ed è fortemente influenzata, da forme molto attraenti, ma  pericolose, di pratiche di cure alternative e non validate scientificamente, che possono mettere a repentaglio la salute del singolo, oltre che di una comunità. Il dibattito di questi mesi sull’uso obbligatorio dei vaccini, racconta molto da questo punto di vista, ed è un segnale che va assolutamente studiato e su cui riflettere attentamente. Dobbiamo cioè avere un approccio multidisciplinare per capire cosa ci raccontano queste forme di deriva culturale, che molto spesso hanno origini più profonde nella psiche degli individui. È cioè il prevalere di quello che in psicologia chiamiamo il registro dell’immaginario.
Per secoli col termine realtà si è inteso la realtà delle cose del mondo, affermata da alcuni, negata da altri. Poi, in tempi più recenti, il problema è diventato comprendere come esse si presentano all’uomo o sono in rapporto con lui.
La clinica ci insegna che dobbiamo avere molta cautela per come molti individui non siano in grado di distinguere tra le rappresentazioni del reale e del fantastico, perché esiste un conflitto inevitabile ma essenziale tra due sistemi di rappresentazione e due oggetti. Un sistema di interiorizzazione e rappresentazione registrerà a partire dalle figure primarie (e a seguire tutto il resto), la madre e il padre reali , mentre un altro sistema di interiorizzazione e rappresentazione rispecchierà la madre dinamicamente inconscia che impersona le proiezioni del soggetto interessato. Ciò che è storico e ciò che è fantastico, il reale e l’immaginario sono impegnati in una eterna inevitabile dialettica.
Pertanto se a prevalere non solo nel singolo, ma in un gruppo o in una massa di individui è il mondo dell’immaginario ecco irrompere aspetti regressivi che investono la società, fino a mettere in dubbio le sue conquiste, i traguardi raggiunti, la sua civiltà.
Potremmo aggiungere, allargando il concetto, che molti individui siano rimasti da un punto di vista psichico come bambini, congelati cioè in una fase evolutiva, dove a prevalere è il pensiero concreto, dove esiste solo o il bianco o il nero, o il  buono o il cattivo, e dove non si riesce a pensare in altre modalità e con altri mezzi. Da qui le soluzioni dal sapore un po’ paranoico che pericolosamente stanno irrompendo nel pensiero comune. Se poi aggiungiamo la facilità con cui, muovendo certi tasti si crea il consenso politico, il gioco è fatto. Pertanto anche la comunicazione scientifica, soprattutto se rivolta ai non addetti ai lavori, dovrà tenere presente, per essere davvero efficace, le considerazioni e le osservazioni che la psicologia clinica, ma anche la sociologia, l’antropologia e l’etologia umana ci riportano continuamente.
Ecco perché, soprattutto per le campagne antidoping, queste considerazioni dovranno divenire vere e proprie linee guida, in modo da rendere davvero efficaci e mirate le comunicazioni e le strategie preventive che necessariamente dovranno essere messe in atto. In sostanza significa riuscire a comunicare meglio, cercando di conoscere davvero lo stato ricettivo degli interlocutori.

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